Presentazione dell’ultimo romanzo di Lucia Tancredi ” Ersilia e le altre”, bibioteca Boabbato 13.11.2025

Ersilia e le altre (testo per Lucia). Presentazione Biblioteca Bobbato 13.11.2025
Grazie a Lucia Tancredi e a Simonetta Romagna pres.te della bibl. Bobbato per l’invito a presentare quest’ultimo libro di Lucia: un onore e un segno di amicizia che ricambio di cuore.
Conosco Lucia da almeno 15 anni, forse anche di più. Teneva incontri memorabili presso la Casa delle donne di Pesaro su donne scrittrici. Un giorno, dopo una sua conversazione fascinosa su un’autrice che non ricordo, la avvicinai e le dissi: ma tu scrivi! E lei ammise: sì, scrivo… Era facile immaginarlo, per il modo in cui parlava delle narratrici di ogni tempo e di ogni cultura, quasi dall’interno di ciascuna di loro. Non poteva essere diversamente.
Ma da subito immaginai una scommessa non facile: perché riuscire ad eguagliare in scrittura quel particolare incanto che trasmette(va) nel modo di raccontare, quella stessa voce, quella ricchezza delle parole e delle immagini, quella gioia del linguaggio e delle vite raccontate, non era cosa facile. Mi chiedevo come sarebbe riuscita Lucia a rendere anche nello scritto la stessa fascinazione della sua musica orale. E invece lessi i suoi primi libri e ne fui molto ammirata: per scelta dei soggetti, precisione assoluta del concetti, originalità del pensiero, gamma lessicale straordinaria.
Non più di qualche settimana fa, avendo quasi finito di leggere il suo ultimo libro, scrissi un w.a. a Lucia, d’impeto, sospendendo per un attimo la lettura, in cui le ho detto “questa volta hai fatto centro’. Mi potrete dire: e i libri precedenti? Parlo di Io Monica, Coté Bach, Ildegarda, Giulia Schucht, Jacopa dei Settesoli. L’ho appena detto: libri assai belli e indimenticabili per qualità dei pensieri, della scrittura e per la restituzione a vita di figure oscurate dalla storiografia (operazione culturale sempre di grande pregio). Quest’ultimo però, è un libro che li supera tutti, straordinario per una serie di ragioni che dirò.

1-
Ersilia e le altre intanto è un libro che va letto ma andrebbe anche ‘studiato’ sia per i caratteri peculiari di questo romanzo sia per l’importanza delle notizie storiche e dei fatti raccontati, che sono alla base di quella che Norberto Bobbio ritenne la più importante e durevole rivoluzione del Novecento (nota definizione ormai condivisa da quasi tutti gli storici, le storiche e che anche Lucia richiama) .
I fatti si svolgono a cavallo tra seconda metà Ottocento e i primi due decenni del Novecento.
L’argomento, è la storia di quel concorso di idee, azioni, opere viventi, ciascuna delle quali fa riferimento ad altrettante figure femminili, e che Ersilia Bronzini Majno riunisce e fa confluire nel 1899, nella fondazione della Unione femminile Nazionale (con Ada Negri, Edvige Gessner Vonwiller, Nina Rignano Sullam, Jole Bersellini, Anna Celli, Sibilla Aleramo, con la collaborazione di Anna Kuliscioff e di tante altre, incontrando le figure di Maria Montessori, Matilde Serao, della dottoressa Amalia Moretti Foggia ): confluenza di attività e movimenti, realtà precedute dal varie esperienze in parte preesistenti e sperimentate in prima persona da Ersilia come volontaria: dalla frequentazione dell’Asilo (Pio Istituto di Maternità) aperto da Laura Solera Mantegazza in via del Matarel (fondato nel 1850 ) all’esperienza della sezione milanese del Comitato contro la tratta delle bianche (1891) che Ersilia in seguito presiederà, dalla esperienza della Associazione Generale delle operaie (di Carolina Annoni), all’esperienza della Guardia ostetrica fondata nel 1888 da Alessandrina Ravizza . Realtà dunque che sono il risultato di collaborazione fra donne molto diverse ma di grande rilievo
Dalla stessa matrice ideale, e quale ulteriore espressione delle idee sostenute dalla Unione Femminile, viene istituito nel 1902 l’Asilo Mariuccia, a cui verrà aggiunta nel dopoguerra un’ala Ufficio Profughe di guerra. Tra le socie fondatrici oltre ad Ersilia, Nina Rignano Sullam (che finanzierà l’opera in modo importante) e altre attiviste militanti nell’Unione femminile. L’Asilo sarà visitato e ammirato da Eleonora Duse , avrà per madrina e socia perpetua anche la Regina Elena.
L’Asilo (come l’Unione) è istituzione a ispirazione socialista, aconfessionale (in questo senso laico), espressione di teorie pedagogiche evolute. Ada Negri definì l’Asilo “la prima pietra di un’opera di rigenerazione, ben lontana dalle antiche manifestazioni di carità superficiale”); riceverà il plauso (e il sostegno) di Maria Montessori; coinvolgerà un numero elevatissimo di bambine, in turn over negli anni.
Ersilia stessa, l’ideatrice, è consapevole della unicità e valore dell’Asilo: [discorso ‘ricreato dall’Autrice, ma ben verosimile] “Il femminismo pratico a cui è improntata l’Unione Femminile mi conforta nell’idea che miseria e ignoranza possano essere arginate con qualcosa che stia a mezzo tra il collegio e la casa di famiglia[….]. Compagne, un Asilo per le bambine potrebbe essere l’unico esempio in Italia, in Europa, forse nel mondo” (p. 183-184): questo dice alle compagne alla riunione indetta in seduta plenaria.. che occorre una scuola e un collegio-convitto che istruisca le bambine in ogni campo e le prepari alla vita. Luogo pensato come “una casa, che tolga le bambine dagli Orchi, dalle famiglie indegne che non le vogliono, dalle case di correzione tenute dai religiosi e dalle dame di carità. I quali non hanno interesse a indagare le vere cause e a porvi rimedio. A Milano ci sono la Casa del buon pastore, il Nazareth, l’Opera Pia Castiglioni. per entravi serve una burocrazia e la provata appartenenza cattolica” ( p. 183).

L’Unione e tali opere poi muovono idee, suscitano scioperi, come quello delle ‘piscinine’ del 1902 e senza dubbio maturano la società milanese e italiana.
Un’epopea, di cui Ersilia era ben consapevole. L’Asilo Mariuccia costituisce, ci ricorda l’Autrice, un esperimento tra i più straordinari del Novecento.
La storia del romanzo è dunque la storia di movimenti e di opere che hanno modificato la società e legislazione italiana e al tempo stesso la storia della vita di Ersilia che ne fu, non da sola, la organizzatrice, (uso per ora una parola dimessa) e l’ideatrice ‘emergente’. Ma la storia di Ersilia viene qui raccontata limitatamente ai momenti biografici che interessano gli incontri con le ‘altre’, le origini e la maturazione della sua coscienza sociale e delle idee ispiratrici delle opere da lei fondate, la consapevolezza dell’importanza dell’amicizia fra donne e della sorellanza, sperimentata nell’incontro con tutte le donne protagoniste di questo libro.
Siamo dunque di fronte a un romanzo storico. Un romanzo storico, corale, epico e ‘femminile’, scritto da donna e che si dipana attraverso personaggi femminili. Non perché non siano presenti anche personaggi maschili (Luigi Majno, Filippo Turati, Camillo Broglio, i fratelli di Ersilia, Edgardo ed Arturo, suo figlio Edoardo), trattati con attenzione, acume, partecipazione affettiva e rispetto, ma perché sono le figure femminili in questo romanzo a fare storia e a darci lo sguardo su fatti e persone, le chiavi di lettura. Le figure sono molte (46), danno il titolo ai capitoli, sono amiche fra loro, o comunque fra loro collegate, agiscono e intersecano le proprie vite attraverso l’amicizia e gli atti compiuti o concertati insieme; sono loro che reagiscono le une sulle altre e in questo modo intessono la storia.

2
Il romanzo, proprio perché storico-corale-epico è scritto in terza persona.
Ma questa è una modalità pressoché sconosciuta al romanzo storico femminile del Novecento (vi sono pochissime eccezioni, direi solo La Storia della Morante ; anche l’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza, l’abbiamo sentito proprio qui la settimana scorsa, è scritto alternando la prima e la terza) .
I romanzi storici scritti da donne del Novecento a cominciare da Artemisia di Anna Banti, e che hanno i requisiti dei romanzo storico novecentesco sono tutti in prima persona . Lo sono anche i precedenti romanzi di Lucia: Io Monica, Ildegarda, Tutto per Giulia (Giulia Schucht, moglie di Gramsci), Jacopa dei Settesoli, anch’essi riconducibili al genere del romanzo storico-biografico: una prima persona che conferisce comunque una prospettiva a inquadratura fissa, inevitabilmente affidata alle sensazioni di quella persona, al suo mondo morale e ideale, alla sua psicologia. Scelta narrativa che può anche costituire, come sappiamo, un punto di forza, e che soprattutto è stato lo strumento di una ricerca e riconquista di una soggettività oscurata, per la donna narratrice.
Ma era il momento del passaggio alla terza persona, necessaria per i temi trattati e perché consente qui una costruzione complessiva che si apre al campo largo: pluralità dei ‘coni’ prospettici, rappresentazione ottenuta grazie a una cinepresa che si muove liberamente da un soggetto a un altro, da un ambiente a un altro, da un tema all’altro, con la libertà di adottare il sentire di un personaggio o di un altro, passando dall’uno all’altro in tutta libertà. E il risultato è un affresco in movimento, un tableau vivant alla rovescia.
La terza persona è qui decisiva anche nel tono della narrazione: la prima persona tende a imprimere una certa uniformità di tono della voce narrante, con la tentazione, soprattutto se la protagonista è una grande personalità, sempre nell’angolo, di slittare su un tono sentenzioso, con un tanto di inevitabilmente didascalico, e che alla fine risuona sempre in qualche modo statico: per modo che, specie nell’autrice femminile (Lucia non me ne voglia), la voce tende ad essere attratta fatalmente nella calamitica voce della Yourcenar, di cui è difficile sbarazzarsi se si prende questa strada, specie in riferimento a quel paradigma per eccellenza di romanzo storico- autobiografico in prima persona che è Le memorie di Adriano.
La terza persona apre in questo romanzo a un respiro e anche a un linguaggio più ampi. Si sente una voce libera di muoversi tra le parole della vita, di ogni ambiente, di ogni sentire e di ogni estrazione sociale e culturale.
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In coerenza con questa scelta narrativa, la struttura l’organizzazione interna del romanzo, che pur è intitolato a Ersilia, avviene attraverso 47 capitoli, ognuno dei quali intestato a una figura femminile ( tranne e compresa la gatta Minna!) diversa e non più da a un numero ordinale progressivo, come soleva suddividere Lucia nei precedenti romanzi. Ogni figura entra nell’ordine del discorso quando necessaria o significativa nel farsi della vicenda.
Ma non è una galleria di ritratti. I personaggi sono tutti collegati e inanellati fra loro nella narrazione affinché la narrazione proceda.
L’ordine di fondo resta cronologico (il decorso narrativo avviene secondo il procedere degli anni e dei fatti salienti della vita di Ersilia, oltre che dei fatti sociali), ma ognuna delle figure femminili viene introdotta quando è il suo momento giusto. E comunque il capitolo ‘dedicato’ non prevede quasi mai una presentazione del personaggio: anzi, il personaggio a cui è intitolato il capitolo spesso era già comparso e ricomparirà successivamente. Il capitolo dedicato arriva quando il personaggio deve imprimere un movimento narrativo o aggiungere una colorazione di senso necessaria al disegno generale.
Importanti sono allora gli snodi narrativi, che trovo sono particolarmente felici, a volte dei pezzi di bravura, da narratrice consumata. Per esempio: è una crisi acuta di gelosia di Ersilia (Luigi Majno, suo marito, esi prese della bellissima Anna Kuliscioff, ‘la donna più bella d’Europa’) che la fa uscire di casa di prima mattina, quando è ancora buio, dopo una notte insonne, alla ricerca dei due ‘amanti’: scena che introduce ai moti popolari di Milano del 6-9 maggio 1898 repressi dal generale Bava Beccaris , nei quali s’imbatte Ersilia nel bel mezzo di un delirio di gelosia: quella notte in realtà Anna K. e Filippo Turati vennero arrestati e Luigi Majno, che è un avvocato, era in Questura per sapere di loro. Ancora: lo sciopero delle piscinine del 1902 è la svolta nella tragedia del lutto di Ersiila per la morte di Mariuccia (morta di difterite a tredici anni, assente la madre): l’incandescenza del sentimento delle piccole sfruttate riaccende l’anima morta di Ersilia. La figura della figlia Carlotta nell’intera sua personalità viene introdotta verso la fine del libro, da una la domanda della giornalista intervistatrice di Ersilia, Sofia Bisi Albini, anche lei iscritta all’Unione ; la visita della dottoressa Amalia Moretti Foggia e di Ersilia in uno dei bordelli di lusso di Milano per accertare le malattie infettive delle donne e le confessioni delle stesse, sono la molla per fondare il (la sezione del) “Comitato contro la tratta delle bianche”, così come la conferenza di Amalia è la premessa di quella visita; il personaggio di Neera ( al scolo Anna Maria Zuccari) è collocato proprio in coda a questo capitolo, a lei intestato perché Neera aveva pubblicamente denigrato ‘il sentimentalismo’ e il pietismo sociale dell’Unione.
Il capitolo intitolato alla gatta Minna, presenza tutelare, al pari di Nana, nella vita di Ersilia, apre un capitolo sulla Guardia Ostetrica in cui è raccontata la lezione di anatomia del prof. Mangiagalli sulle caratteristiche dell’utero femminile, la scoperta della terza gravidanza di Ersilia e il dramma (all’ordine del giorno) della sedicenne operaia all’opificio Olona di San Vittore, morta a sedici anni per emorragia da aborto selvaggio praticatole nello stesso luogo di lavoro ove era stata abusata. “Lei è un porco e denunceremo tutti e due“ (intende il capo operaio e direttore)- spara in faccia al Direttore, Ersilia, precipitatasi d’impeto in fabbrica con l’amica Edvige. Poi andrà pure a Palazzo Visconti, a casa del padrone della fabbrica, durante un ricevimento a lanciare pubblicamente l’ingiunzione a fare basta con questi orrori, a valere per tutti i padroni delle fabbriche. Il marito Luigi si compiace di questi impeti di Ersilia che fanno scandalo nell’alta società impunta ma colpiscono nel segno. La gatta Minna (dono di Edivige a Ersilia) allora apre il capitolo come presenza protettiva ancestrale su Ersilia, nel momento in cui affronta esperienze cruciali e traumatiche, presenza che “si muove per la casa come un antico essere ritornante”, che lascia libera Ersilia intanto che la sorveglia, simbolo di stabilità e di protezione, “guardiana della volontà”, com’è nell’etimo del suo nome, oltre che tramite di amicizia fra Edvige ed Ersilia. Gli esempi di giunture ‘felici’ possono moltiplicarsi.

Aggiungo che nonostante l’apparente giustapposizione di ritratti, alla lettura, il romanzo ha il movimento del romanzo, ci fa sentire, come accade in ogni vero romanzo, il fluire del tempo, il suo rumore e il suo pathos. Il romanzo a differenza della poesia è il racconto e sentimento del tempo, del suo divenire, del suo dramma. Leggendo da capo a fondo questo libro proviamo l’emozione della vita vivente, del suo trascorrere ed essere trascorsa. Ci aspettiamo di sapere “come è andata a finire..” anche se lo sappiamo già dalla storia scritta, quale sarà la sorte di persone e istituzioni. Senza l’attraversamento del tempo da parte del lettore insieme ai personaggi del libro non ci sarebbe romanzo. Finita la lettura, il lettore si sveglia da quel mondo e rientra nel proprio o in un altro ancora.
Questo il contenuto ‘pesante’ del romanzo, a monte del quale capiamo bene come ci sia stato un grande lavoro di studio ricostruzione dei fatti e ambienti attraverso tutte le fonti disponibili. Ce lo spiega Lucia Tancredi nella postfazione-ringraziamento. Solo dopo questo grande lavoro preliminare e preparatorio “partendo sempre da un dato storico e oggettivo” diventa possibile “la ricreazione nella verosimiglianza narrativa”, come scrive la stessa Lucia Tancredi , sulla falsariga della nota distinzione tra vero e verosimile nella narrativa: lo vediamo nel racconto delle storie sconvolgenti delle singole ‘mariuccine’, delle confessioni delle singole ragazze-prostitute (p. 156) (una delle quali è incinta e deve nascondere questo stato o la Madama la licenzia anche dal bordello).
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Una parentesi: ci sono sempre delle figure che restano nel lettore dopo la lettura di un libro. Li chiamerei i ‘segnalibri’, le bandierine-segnalibri che andrebbero infilate qua e là nelle pagine dei libri che si lasciano ricordare: perché simboli che appartengono a quel libro e a nessun altro.. Figure mitiche all’interno del mondo del romanzo o, come si dice, iconiche.
Per me, dopo la lettura di Ersilia e le altre, i simboli che mi sono rimasti incisi, ed accadrà ad ognuno di voi che leggerà il libro, sono più d’uno.
Il lago, Il primo lago di Como a Laglio, dove l’acqua “fa ristagni tiepidi”, dove si entra silenziosamente non appena si “slaccia il sandolino”(p. 21), è luogo mitico dell’infanzia di Ersilia. Ersilia lo ricollega alla nascita (p.22), a una “legge di fedeltà a Carolina” sua madre, per Ersilia rimasta orfana a tredici anni (p. 63).
Ma anche figura della permanenza della vita.
Il lago è l’acqua che resta, che si conserva, perché, a differenza del mare che non ha sponde e “sa di perdita, di amore senza ritorno”, le sponde le ha. Sponde (p. 63) ove“ tutto viene a riva, anche il dolore si sgretola”, quando “morde la nostalgia”, e si deve andare oltre.
Per questa sua attitudine simbolica (p. 259) “Eusapia Palladino, la medium più famosa di Europa”, divenuta amica anche di Lombroso alla fine della vita, con cui Ersilia viene fatta incontrare nello stato di devastazione in cui si trova dopo la perdita della figlia Carlotta (lei che aveva già perso Mariuccia), per farle trovare “varco [di comunicazione] laddove non c’è bisogno di morire perché niente finisce”(p. 259), interrogata sulle due figlie, non vede le figlie Mariuccia e Carlotta ma le restituisce questa sentenza: “niente porta via il lago” (p. 261).
Un’altra figura è Nana, che vive in casa Bronzini da sempre, la serva “data in oblazione ancora piscinina” e quindi piscinina anche lei, fra le tante piscinine che saranno la ragione prima della prodigiosa opera complessiva realizzata con tenacia dalla modesta e fattiva Ersilia. Lunga la sua simbiosi con Carolina, la madre di Ersilia, così necessarie l’una all’altra.
Nana costituisce allora una divinità domestica. Una sorta di etimo femminile; Nana che “affronta il dolore con gli arnesi del combattimento domestico” (p. 43); che ha “competenza di vita e di morte”: conosce le cuciture tra vita e morte, certezze che germinano da uno sguardo femminile. Perché “Nana ha la sua legge”. “Per lei non c’è differenza nelle cose di natura tra il puro e l’impuro” (p. 60)
È una lupa dalle orecchie dritte, ed ha vissuto tante vite dietro.
È lei che si accorge per prima che Ersilia adolescente è stata molestata da un Omemone-Orco, da cui si è liberata con un morso sulla mano: è lei, Nana, che non la lascerà più andare sola per strada quando deve raggiungere l’asilo della Mantegazza in via del Matarèl. Non ha avuto bisogno di chiedere niente a Ersilia, le è bastato guardarla in faccia.
Quando muore (muore “mentre soffrigge le cipolle e stacca un pezzo di strutto da una vescica sventrata” semplicemente piegandosi sulle gambe) viene sepolta “nel piccolo cimitero del suo paese”, e sulla sua tomba, poco dopo la sepoltura “è spuntata una piantina di veronica già con i piccoli fiori azzurri: è la sua resurrezione vegetale” (p.92)
È spirito protettore della casa e uno spirito maestro: che riunisce le qualità degli spiriti protettori della religione romana ma anche italiana pagana, ancora viva nelle nostre campagne : Lari Penati e Mani.
Infatti, dopo la sua morte, “Nana è nel silenzio delle cose che stanno intorno. Nella grattugia, nel coccio col rosmarino, nello scialletto poggiato sulla sedia” e la sensazione d’amore al contatto dello scialletto è “tanto più forte quanto più eclissa la materia” ( p. 92)

Naturalmente non dimenticheremo mai più la figura-simbolo, questa volta ‘collettiva’, della piscinine che brulicano nella suburra della Milano di fine secolo e primi Novecento e che brulicano anche nelle vie-ghetto del centro, tra via Broletto e via Rovello, o nelle bugandére vicino al Naviglio (p. 29) : “la turba randagia delle bambine di Milano”: bambine dai 4 ai 12 anni.
Potrei aggiungere altre figure segnalibro: ci metto anche Rosa Genoni, la celebre sarta, anche lei ex piscinina, che ora ha un atelier privato con le sue dipendenti, ed è direttrice di un rinomato atelier ove sovrintende a 200 dipendenti, e “ fa politica con la moda” perché “ la politica deve partire dal corpo” (realtà teorizzata anche di Michela Murgia , con chiarezza eccellente, in una delle sue ultime interviste). È lei che fa l’abito ad Anna Kuliscioff per il giorno in cui deve comparire in Tribunale per essere interrogata e ricevere la sentenza, che sarà di condanna, e soprattutto anche Rosa è un’ attivista politica di primo rilievo.
Aggiungo io: Rosa Genoni risulta essere l’unica delegata italiana al Congresso internazionale femminile autoconvocatosi e celebrato a L’Aja il 28.4.1915 per discutere il ruolo delle donne per la diffusione di una cultura di pace. Evento straordinario, non solo per la partecipazione di 1.136 delegate (di fatto le presenze ammontano a 2000 donne) di dodici Paesi diversi (compresa l’Armenia e Gli Stati Uniti), ma perché avvenuto in tempo di guerra, con delegate anche appartenenti a paesi giù belligeranti. .

5
Un altro punto di forza di questo romanzo è la figura vorrei dire ‘dimessa’ della protagonista, Ersilia, a fronte della potenza delle opere a cui ha dato vita.
5.1
Ersilia è una bambina ‘riparata’, di veloce apprendimento, fin da bambina è precoce nella lettura e nella scrittura, curiosa di tutto, intellettualmente vivace. Dopo la scuoletta domestica che le fa la madre, viene iscritta con accordo dei genitori al Collegio delle Sorelle Biraghi (p31), quello per la buona borghesia, dove vige “un senso misterioso che guida tutte le cose..” . Ersilia ha come maestra una delle sorelle, Savina Biraghi, con la quale corre un’intesa e un affetto reciproci. Ama la geografia, la cosmografia, la storia naturale, la geometria la fisica e le lingue straniere. Savina Biraghi è donna moderna, mazziniana, legge Anna Maria Mozzoni . la vita di collegio è carica di ritualità, ordine e magia per Ersilia, così desiderosa di sapere. Vi resta dai sei ai tredici anni, fino al giugno 1872, quando riceve la menzione d’onore per la pagella. Due mesi dopo muore la madre Carolina.
Il grande lutto, dopo quello della madre, è quello di dover lasciare la scuola. Tocca a lei, sacrificarsi a favore dei fratelli maggiori. Questa cesura nel percorso di istruzione le creerà qualche timidezza, qualche indugio nel prendere di slancio l’intensa attività politica, sociale e culturale per cui è inclinata, e comunque un tempo di latenza di maturazione, più lungo di alcune sue amiche.
Negli anni tra la fine della frequentazione scolastica e la conoscenza di Luigi Majno, compagno di studi universitari del fratello Edgardo, a Pavia, Ersilia conosce la povertà. le ingiustizia sociali, la perdizione delle piscinine, le sacche della prostituzione minorile e dello sfruttamento; le violenze che subiscono le bambine ‘non riparate’ come era stata lei. Frequenta come volontaria l’Asilo della Mantegazza (riesce a strappare al padre l’autorizzazione a frequentare come volontaria l’Asilo di Maternità per figli abbandonati o affidati da madre povere o lavoratrici, aperto da Laura Solera Mantegazza, dove “ci vanno le babe” [le sceme…], le discepole della Laura Solera Mantegazza: p. 55), dove tocca con mano il male di vivere e l’ingiusto sociale. Il suo forte senso morale e di giustizia si turba profondamente. I fratelli (Edgardo, ma anche Arturo) l’aiutano come possono, nel portare avanti una qualche forma di istruzione. Poi incontra Luigi Majno, che sposerà a 24 anni.
Così Ersilia appare a Luigi (p. 74): ”per certe cose è saggia come una donna millenaria. per altre cose è come una bambina. Ama il lago,.. A volte è paziente come l’argilla ….”, oppure: “ Guardarla è come entrare nel lago, prima tocchi coi piedi, poi la sabbia smotta…”
Subito dopo sposata le gravidanze si susseguono e la lasciano stremata e malinconica: 1884: Carlotta; 1886: Edoardo; 1888 Mariuccia.
Anna Kuliscioff, che è dottoressa e ha conosciuto all’Ambulatorio ostetrico, glielo profetizza (1890/1891), quando la vede a trent’anni impastoiata tra le cure domestiche e incapace di fare lo scatto: “E tu quando tirerai fuori la voce, quando farai i discorsi pubblici? Quando comincerai, non ti fermerà più nessuno” (p. 117)

5.2
Ersilia non è la figura di donna più prorompente o appariscente del romanzo, benché ne sia la protagonista ‘dichiarata’. Non spicca per la bellezza irresistibile e magnetica come la Kuliscioff, anche se ha il naso più bello di Milano, così le dice il celebre pittore Hayez, e nelle fotografie ci appare di bell’aspetto (a dire il vero, nelle fotografie in cui la possiamo vedere, in copertina di libro ma soprattutto su rete, a me il suo viso appare dolcissimo e a suo modo bellissimo).
Ha una personalità discreta, riflessiva ed equilibrata; sa stare accanto al marito che quando non è distratto, è occupato e comunque è timido e chiuso; ritira le unghie nel cuscinetto felpato delle zampine come la gatta Minna, quando è ferita dalle distrazioni del marito e deve fare i conti con il sentimento della gelosia, il ‘mostro dagli occhi verdi’ di Shakespeare (Anna Kuliscioff quando è gelosa è ben più irruenta di Ersilia), che pure la ama e non vorrebbe certo ferirla: quella tra Ersilia e Luigi fu una unione salda e felice, pur con le sue ombre. Soffre ma resiste, non passivamente e vittimisticamente ma intensificando l’impegno, tenendo testa ai compiti che si è data. Sceglie la sorellanza e di non farsi dividere, tra donne, da un uomo.
Non vi è dubbio che ben più imponenti e prorompenti sono le personalità di Anna Kuliscioff, di Maria Montessori, di Sibilla Aleramo , di Ada Negri, della contessa Clara Maffei, se vogliamo, di Eleonora Duse, di Matilde Serao…, per dire alcune delle donne di eccezione con cui entra in amicizia e con cui collabora nell’Unione o nell’attività dell’Asilo Mariuccia.
Ersilia ha dei silenzi, malinconie, momenti di inerzia, anche insicurezze (scrive meno bene di tante sue amiche ‘sorelle’, ma poi vedremo suoi scritti davvero ammirevoli).
Ersilia ha tempi lenti, medita molto, ma quando fa il salto coscienziale, non torna più indietro, diviene sicura di sé, determinata e crea opere.
Ma Ersilia ha le idee chiare, questa è la sua grande forza: nell’amore, nell’educazione dei figli e dei bambini in genere, nelle attività necessarie a rimediare alle raccapriccianti violenze e ingiustizie che vede e che vuole conoscere sempre di più.
Per questo sue sono le idee geniali, della costituzione della Unione Femminile e della fondazione dell’Asilo Mariuccia con annesso (dal 1915) Ufficio profughi di guerra.
Sa organizzare, scegliere le collaboratrici; gestire le crisi e le fughe delle bambine e delle ospiti (la nostalgia tremenda dei genitori anche se violenti, ingiusti, anche se le hanno abbandonate e messe per strada); i temperamenti più duri da modellare e ‘rigenerare’…
Capisce l’essenza della questione femminile e la forza della sorellanza.

5.3
Lucia ci fa assistere ‘in diretta’ per dire così, alla nascita della piena coscienza di sé e, femminile di Ersilia e del senso di giustizia sociale. Compiuta la sua esperienza di maturazione, è lei, anche rispetto a molte altre, che ha le idee più chiare.

  • per esempio nell’impostazione educativa, su come alternare indulgenza-severità. Le riflessioni su un metodo di recupero che passa per la centralità dell’istruzione (qui la affinità principale con il pensiero montessoriano) e delle relazioni con le educatrici e con le altre , ciò che consente, per usare l’espressione di Ada Negri, la rigenerazione.., cosa diversa dalla tradizionale opera di carità. Sa per certo che serve una ‘casa’, che centrale è l’istruzione, come disse alle amiche presentando il suo progetto. Maria Montessori plaudirà a quest’opera e alla sua filosofia ispiratrice.
  • Non vuole differenza di trattamento a tavola tra le bambine e le educatrici, quando si accorge di un diverso trattamento rimprovera le inservienti e rassicura le bambine “ è uno scherzo” ( p. 196)
    -vuole una scuola laica, a-confessionale, ma rispetta il sentimento religioso di tutti i bambini del suo asilo; quando le bambine crescono e vogliono fare la prima comunione si confronta con Maria Montessori (tra l’altro molto religiosa) e le dice ciò che pensa sulla questione: “un’educazione laica non può far finta che non esista una mistica dell’esistenza, non tanto una religione. I bambini hanno vocazione ai miracoli, come i santi, vivono estasi percettive, ascensioni intellettuali, la capacità pentecostale di parlare più lingue contemporaneamente”. (p. 315) e lascia che prendano i sacramenti ch desiderano o sentono. Questa è laicità.
  • riconosce con sicurezza l’errore educativo di una educatrice… che porta le bambine in visita al manicomio di Mombello: fa inserire nello statuto (p.2 27) : “la gioia è un elemento indispensabile per la ricostruzione delle energie fisiche e morali, per riscuotere dall’inerzia, apatia, che facilmente si insinua nella vita di comunità e ne rende lento e monotono il ritmo”. Gioia come fattore educativo
  • Non vuole muri, malgrado le ripetute sassaiole e atti vandalici: affronta ma cerca di comprendere anche i ‘ragazzacci’ che prendono a sassaiole i vetri e rischiano di colpire le bambine. li affronta di persona, con grande umanità. Uno di loro, Oreste, diventerà uno dei suoi collaboratori più valenti-
  • Pensa che sia necessario insegnare nell’Asilo economia domestica: che sia una forma di liberazione per la donna, non di sua ghettizzazione.
  • sa qual è il momento di avviare le bambine divenute ragazze al lavoro o altre attività: le accompagna nell’inserimento- diremmo oggi- e accetta le sconfitte, impara dalle molte vittorie.
  • dimostra grande coraggio e sicurezza, senza chiedere consiglio o permesso al marito che la avalla sempre a cose fatte: si fa giustizia da sé, senza timore di fastidi con la legge affronta la titolare del negozio pasticceria, dal quale una bambina aveva rubato una torta ed era stata messa nel correzionale; affronta il titolare del negozio di bambole dal quale un’altra bambina aveva portato via una bambola, ma si mette d’accordo con la moglie del titolare; non potendo avere giustizia sulla violenza commessa da un dottore su una piccinina (fulminata come un passerotto) gli fa murare la porta dell’ambulatorio, mandandogli a casa qualcuno dei ‘fiolini’ di strada, garzoni muratori…. ; svergogna i padroni altolocati della casa in cui una bambina sotto la scusa della carità veniva battuta picchiata e sfruttata…e i padroni dell’opificio Olona. Fa a modo suo,e funziona.
  • Ersilia è coraggiosa. Tra le immagini sacre, predilige “i martiri i quali, rispetto agli angeli e ai santi, mostrano la virtù più laica, che è il coraggio delle idee” (p. 115)
  • A poco a poco le esce la voce giusta e forte: lei che pareva non avesse predisposizioni oratorie, pronuncia bellissimi discorsi ( p. 150-151). A poco a poco scrive e scrive bene: per esempio una lettera bellissima alla scrittrice Neera, in cui dimostra un equilibrio straordinario,una capacità di capire e salvare quanto c’è di positivo anche nelle persone che non condividono le nostre stesse idee; scrive decine di articoli sulla rivista dell’Unione, la capacità di comprendere le persone nella loro storia e interezza.
    -Si dimette dal Cda dell’ Ospedale Maggiore dove, prima donna in Italia, viene ammessa a far parte del consiglio di amministrazione come consigliera. Perché vive l’impotenza di non far passare la mozione di sostituire , come personale paramedico, le suore con infermiere professionali: conosceva bene gli abusi morali e materiali delle suore-infermiere ! ( storia parallela potrebbe essere scritta per il carcere): p. 245.
  • Chiede a Luigi perché non ha difeso lui l’anarchico Bresci, autore del regicidio di Umberto I: disapprova la sua rinuncia. Gliela contesta “Però tu e Filippo non vi siete presi la responsabilità di difenderlo”.[ sottinteso: lei se la sarebbe presa], “ io dico che avete sbagliato”. Debole e troppo impari al fine la motivazione di Luigi: non ha voluto creare confusioni tra anarchia e socialismo, ha temuto ritorsioni.
    -Ha un intuito sicuro anche in arte, dove pure dichiara di essere ignorante: ma “sente nei futuristi una spavalderia, una voglia di scontro e di lotta con gli elementi. Sente violenza anche nell’usoi ella tecnica, l’esibizione della lotta”.
  • Ha idee molto chiare sulla guerra che ripudia totalmente schierandosi senza incertezza dalla parte dei pacifisti: molto più incerte altre sue amiche: la stessa Sibilla Aleramo, ed anche, nonostante le dichiarazioni verbali , contraddittoria anche Anna Kuliscioff.
  • Ha idee chiare sul fascismo, diversamente dalla stessa Aleramo, da Ada Negri, meno ‘nauseate’ di lei dal fascismo in ascesa, squadracce ed altro.
  • Idee chiare sul genere dei nomi e dei titoli: quando nasce una polemica sul diverso modo in cui la dottoressa Amalia Moretti Foggia si firma (nella rubrica del Corriere della sera come Dottor Amal e nella rubrica culinaria come cuoca Petromilla), stronca la polemica. nessuna contraddizione. Due femminili “non c’è nessuna differenza tra medicina e cucina, sono due modi diversi di fare anima”: ancora una volta è lei ad avere le idee chiare.

Sa sempre ciò che si deve fare, ciò che è giusto e non è giusto, ciò che è utile o necessario e ciò che non lo è. E, nel corso del tempo, al confronto con le altre più esplosive personalità, è lei che dimostra si essere la più coerente, sarà proprio Ersilia, la più capace di realizzare le idee in realtà.
Ma contemporaneamente alla consapevolezza del femminile storico e della lotta per rivendicare l’integrità dello statuto giuridico femminile, in Ersilia procede la piena comprensione del femminile inscritto nei tratti essenziali ‘ontologici’, differenziali della donna..
Per esempio, alla morte di Anna Kuliscioff e al suo funerale, trasformato in una manifestazione politica a Milano, con due incursioni delle squadracce, prova un sentimento di ‘tradimento’ di Anna e del suo pensiero profondo quando sente il segretario del partito socialista parlare di dovere e dolore, di “ dolore che si vince con il dovere” . Non era quella la verità intima di Anna K, che ha fatto di lei la Dottora dei derelitti, ben più per amore della vita, armonia con le leggi della vita: per solidarietà che non per dovere. Per senso intransigente di giustizia, per le stesse ragioni per le quali aveva fatto politica. Ersilia sa bene ormai ciò che Anna non avrebbe voluto sentirsi dire. Ora riconosce le parole maschili: volontarismo e virtù astratte: parole di un codice maschile, di un linguaggio moralistico-doveristico di stampo kantiano.

6
Qualche breve nota sul linguaggio del romanzo, sulla qualità della scrittura, che è la materia di cui un romanzo è fatto. Una scrittura che non esito a definire straordinaria.
Poiché i pensieri si enucleano se trovano le parole giuste per essere espressi per cui si può dire che i pensieri non precedono la parola ma in qualche modo nascono in quel momento, dall’incontro con la parola, prima del quale solo flussi vaganti, astratte virtualità, ecco: Lucia ha un enorme linguaggio, per vastità (aiutato io credo da una memoria lessicale e linguistica prodigiosa), precisione, varietà e aderenza al corpo delle cose e delle sensazioni. Il pensiero è perfetto perché trova la parola perfetta.
Talora la parola che raccoglie meglio la sensazione o il concetto è dialettale, talvolta è tecnica, talora è antica o di uso raro, o specialistica. Quello che conta è l’impasto che ne esce fuori. Non c’è gerarchia, c’è solo ciò che esige la necessità espressiva. Frequente lo scambio lingua alta-lingua parlata.
E poi il gettito immaginifico delle similitudini continue, spesso molto poetiche, tengono il racconto come sollevato da terra: un’opera d’arte crea sempre una realtà di secondo grado, ricreata… L’eruzione delle metafore e delle continue similitudini è spontanea, sorgiva e costante. Dono della sua arte, della sua memoria, frutto del suo studio e della sua tenace disciplina di scrittura, della sua nativa predisposizione al linguaggio, a dire in parole le cose, i pensieri le emozioni.
Ma vorrei dire che c’è anche molta poesia sparsa come il sale sulla terra di questo romanzo, e molta pittura, molto sentimento del colore.
7
Dalle mistiche alla donna attivista, ‘cittadina’, socialmente impegnata.

Uno dei lati più interessanti del percorso compiuto da Lucia con questo romanzo è l’essere approdata al femminile fattivo e sociale di Ersilia (e le altre) a partire dalla narrazione delle mistiche. È questo anche l’oggetto di una domanda che rivolgerò a Lucia.
La mistica (il mistico) ‘conosce’ per saltum, senza bisogno del tramite del pensiero razionale, omisso medio; pensa , conosce, intuisce sentendo, attraverso un’emozione e ancora di più attraverso un coinvolgimento totalitario di sé, corpo compreso, che funge da strumento del sentire e della conoscenza . La cognizione del mistero non fa approdare necessariamente a una religione, ma apre al contatto con l’invisibile, l’arcano, l’intemporale.
La mistica (il mistico) conosce questa modalità di contatto con l’essenza dell’essere, dove vita e morte sono una cosa sola, dove entra in contatto con l’indivisibile, l’invisibile,il permanente della vita: il suo lato più misterioso. E per la mistica soprattutto la sintesi tra felicità e dolore è la felicità vitale, più forte del male della morte. (Se Ersilia conosce il valore ‘costruttivo’, etico ed anche educativo della gioia, noi sappiamo -Lucia sa- come Ildegarda ritenesse la gioia, la massima saggezza della vita, anche nelle avversità più ineluttabili, perché gioia è il sentimento di adesione alla vita e alla sua bellezza).

Un modo di conoscere dunque attraverso il sentire, dove il corpo si fa cassa armonica, organo di contatto con le sfere non visibili dell’essere (comprensivo di terra e cosmo), che consente di percepire ed entrare in risonanza con frequenze che eccedono i sensi ordinari e la ragione come noi la intendiamo, e di farsi attraversare da energie e sapienze prenatali e postmortali.

La donna, il femminile, per sua disposizione o necessità di attingere ad una sapienza ancestrale, trasmessa fra donne, per la sua disposizione a fidarsi delle emozioni, a usarle come strumenti di conoscenza, ha una sua facilità a comunicare con il mistero della vita e del mondo; conosce l’accesso ai ‘mondi sottili’, alle leggi non razionali ma profonde che governano il basso quanto l’alto; ne trae forza, altrimenti la vita si fermerebbe per tutti. Se la donna non si rialzasse, smettesse di credere nella vita delle cose vive o altrimenti vive, il mondo forse si fermerebbe ( e non so se sia un modo di dire..).
Echi femminili di misteriose connessioni fra fenomeni cosmici e vite quotidiane, ricorrono in molte autrici e in molti racconti ; in queste speciali ‘connessioni’ il mistico come il femminile coglie l’elemento ‘sacro’ e misterioso dell’essere.
Del resto il femminile è facilitato nel cogliere questo genere di connessioni, perché inclinato e predisposto alla relazione . Come accade in Natura e ad analogia della forza che la natura esprime, perché in Natura tutto è relazione, tutto è interconnesso. La relazione femminile-femminile, quando riesce ad aggirare il potere spesso divisivo del maschile, dice Lucia, fa sì che “l’intesa tra due donne sia un’effrazione della realtà” (p. 102)
Di questo (e d’altro) è fatta la ‘naturale’ e insita spiritualità femminile. Come se il femminile, a similitudine del mistico, riuscisse a cogliere l’indivisibile, al di là delle dolorose divisioni della vita vissuta (di cui tutti facciamo esperienza: tra vita e morte, tra i tempi della vita, i lutti, l’inesorabile scorrere del tempo e le sue ineluttabili scansioni) e l’indivisibile anche del tempo, al di là delle sue cesure.
C’è una vita che resta e che (si) conserva, anche in ciò che è morto; una vita che continua nella morte; un travaso della morte nella vita e viceversa: questa è sapienza specificamente femminile, presente intuitivamente anche in Nana.

Tornando al romanzo: che tutto in Natura sia relazione, lo sa anche Carlotta, la figlia ventenne di Ersilia, biologa, quando spiega alle ‘mariuccine’ le leggi di Natura , quando mostra al microscopio “le corrispondenze fra il piccolo e il grosso”… (p. 252-253); quando spiega alla madre (p. 249) che “la natura è un mondo comunardo e solidale, dove il male non è mai assoluto..”
Frequente così il richiamo al rapporto intimo tra la donna e Natura: basti pensare al discorso di ringraziamento di Grazie Deledda al Nobel nel 1926, in cui la Deledda “ringrazia i boschi, le nuvole sul cielo sardo, la voce delle foglie, gli uccelli, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne e tutto quello che nella natura è mosso dall’amore intelligente” (p. 328).
Prima del pranzo di inaugurazione della casa sul lago, Ersilia legge questo passo di Osvaldo Gnoccho Viani, passo molto spinoziano (p. 266) “Il solo vero nume è la natura, che sé stessa trasforma, padrona di sé. La natura, rivelandosi come il Tutto, svela essa medesima come sovrumana, divina, … non ha bisogno di nulla fuori di sé, come il Bello non suppone l’esistenza di una bellezza fuori dal bello stesso”

Questo anche, questo aspetto filosofico-spirituale-morale, accanto, insieme alla narrazione sella storia, è il valore profondo del romanzo. Ersilia è una laica mossa da una fede, da una spiritualità laica e di respiro spinoziano.


Se i libri precedenti, tutti assai belli, sembravano più scritti, per così dire, ‘dal di fuori’, mi permetto di augurare, personalmente, a Lucia di restare dentro questa vena, di fare ancora tesoro nei prossimi romanzi di questo movimento dal fuori al dentro. Le auguro che, una volta perforato il pozzo, l’oro nero continui a zampillare, ormai per moto proprio.
E naturalmente grazie Lucia, da parte mia e di tutte e tutti noi, per questo romanzo.

Silvia Cecchi, Pesaro, 13.11.2025

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